APPROFONDIMENTO
NEL SISTEMA PENITENZIARIO ITALIANO LA LOGICA DELLA CHIUSURA E DELLA SEPARAZIONE CRESCE, METTENDO IN DISCUSSIONE LA FUNZIONE RIEDUCATIVA PREVISTA DALLA COSTITUZIONE.
C’è una parola che attraversa il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia: chiusura. Non soltanto quella fisica delle celle e dei cancelli, che definisce per sua natura il carcere, ma una chiusura più profonda che riguarda il modo stesso di concepire la detenzione. È questa la fotografia restituita dal rapporto Tutto chiuso, che descrive un sistema penitenziario sempre più orientato alla separazione, al controllo e alla custodia, mentre arretra lo spazio dedicato alla rieducazione e al reinserimento. I numeri aiutano a comprendere il quadro. Le carceri italiane continuano a fare i conti con il sovraffollamento e una popolazione detenuta in costante crescita. In questo contesto, osserva Antigone, l’amministrazione penitenziaria sembra rispondere alle difficoltà organizzative attraverso un maggiore ricorso a regimi chiusi, sezioni separate e isolamento.
L’isolamento rappresenta il punto più estremo di questa logica. Le visite effettuate dagli osservatori di Antigone in oltre cento istituti hanno documentato sezioni spesso degradate, spazi angusti e condizioni di vita particolarmente difficili. Ma ciò che colpisce è soprattutto il progressivo allargamento della cultura della separazione anche oltre i reparti destinati all’isolamento vero e proprio. Sezioni nate per accogliere i nuovi arrivati o per esigenze organizzative finiscono sempre più spesso per ospitare persone considerate problematiche o difficili da collocare altrove.
Secondo il rapporto, oltre il 60% dei detenuti vive oggi in regime di custodia chiusa. Un dato che segnala un cambiamento profondo rispetto all’idea di “sorveglianza dinamica” che negli anni successivi alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo aveva cercato di favorire una maggiore apertura degli spazi detentivi e una più intensa partecipazione alle attività.
La questione non riguarda soltanto le condizioni materiali della detenzione. In gioco vi è il significato stesso della pena. La Costituzione italiana, all’articolo 27, afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Un principio che non considera il carcere come un luogo di semplice esclusione, ma come uno spazio in cui la persona possa prepararsi a tornare nella società. Quando però prevalgono la segregazione e la chiusura, il rischio è che la funzione rieducativa venga svuotata.
Antigone evidenzia come l’aumento delle restrizioni non sembri aver prodotto una significativa riduzione delle tensioni interne. Restano elevati gli episodi di autolesionismo e crescono le aggressioni tra detenuti e nei confronti del personale penitenziario. Segnali che invitano a interrogarsi sull’efficacia di un modello fondato principalmente sul contenimento.
La riflessione che emerge dal rapporto va quindi oltre il carcere. Riguarda l’idea di società che vogliamo costruire e il modo in cui scegliamo di affrontare l’errore, la fragilità e il conflitto.
Una democrazia si misura anche dalla capacità di non rinunciare ai propri principi nei luoghi più difficili.
Per questo il carcere non dovrebbe essere soltanto il luogo della pena, ma anche quello della possibilità.
Una possibilità che passa attraverso il lavoro, la formazione, le relazioni e il riconoscimento della dignità di ogni persona. Proprio come chiede la nostra Costituzione. •
FONDAZIONE ENAIP LOMBARDIA
L’ESPERIENZA DI ENAIP LOMBARDIA NELLE CASE CIRCONDARIALI DI BUSTO ARSIZIO E VARESE TRA FORMAZIONE E REINSERIMENTO LAVORATIVO.
di Emanuela Bonicalzi Fondazione ENAIP Lombardia
Il carcere è soltanto un luogo di privazione della libertà oppure può diventare uno spazio in cui costruire nuove possibilità?
È una domanda che accompagna da sempre il dibattito sul sistema penitenziario e che trova una risposta nell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione della persona condannata. In questa prospettiva, lavoro e formazione diventano strumenti fondamentali. Non servono soltanto a scandire il tempo della detenzione, ma a offrire opportunità per acquisire competenze, recuperare fiducia in sé stessi e prepararsi a un ritorno responsabile nella comunità.
Da molti anni ENAIP Lombardia opera in questa direzione nelle Case Circondariali di Busto Arsizio e Varese, sviluppando percorsi che mettono al centro la crescita della persona e l’inclusione sociale e lavorativa. Un lavoro reso possibile dalla collaborazione con le Direzioni degli istituti penitenziari e con il personale che opera quotidianamente all’interno delle strutture.
Le esperienze più recenti si sviluppano nell’ambito di progettualità dedicate all’area penale, tra cui ponti – Per la fragilità tra carcere e territorio, fragile 2, fuori tre giri e il programma gol. Interventi che integrano formazione, orientamento e accompagnamento al lavoro attraverso percorsi personalizzati. Le attività sono sostenute da risorse regionali, nazionali ed europee destinate all’inclusione sociale e lavorativa.
Presso la Casa Circondariale di Busto Arsizio vengono proposti laboratori di falegnameria hobbistica e corsi di cucina e pasticceria – che consentono di acquisire competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro – accompagnati dalla formazione obbligatoria sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e dalle certificazioni HACCP.
Nella Casa Circondariale di Varese l’offerta formativa comprende percorsi continuativi nell’ambito dell’orticoltura e della ciclofficina, affiancati da corsi sulle tecniche professionali di pulizia e attività formative nel settore della pasticceria e della panificazione. Ambiti diversi, ma accomunati dall’obiettivo di sviluppare competenze pratiche, autonomia e capacità di lavorare in gruppo.
Accanto alla formazione, un elemento fondamentale è rappresentato dalla presa in carico delle persone detenute in vista del reinserimento sociale e lavorativo. I beneficiari vengono individuati e segnalati dall’area trattamentale degli istituti, in particolare dai funzionari giuridicopedagogici, con i quali ENAIP Lombardia collabora nella definizione degli interventi.
Per ciascuna persona viene costruito un percorso individualizzato che comprende orientamento e supporto nella definizione di un progetto professionale coerente con le competenze possedute e con le opportunità offerte dal territorio. Quando possibile, tali percorsi vengono collegati a tirocini, strumenti di politica attiva del lavoro e opportunità occupazionali, favorendo continuità tra il periodo della detenzione e il successivo reinserimento nella comunità.
Queste esperienze dimostrano che investire nella formazione delle persone detenute significa investire nella sicurezza, nella coesione sociale e nella dignità umana. Dimostrano anche che il reinserimento richiede la collaborazione tra istituzioni penitenziarie, enti di formazione, servizi del territorio e mondo del lavoro. Le attività realizzate nelle carceri di Busto Arsizio e Varese ricordano che una seconda possibilità non è soltanto un principio costituzionale, ma una possibilità concreta che può essere costruita giorno dopo giorno. •

